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Disconoscimento di paternità senza la preventiva dimostrazione dell’adulterio, ma anche la possibilità per il figlio ormai maggiorenne di mantenere il cognome paterno

Scritto da Family Smile - lunedì, 28 aprile, 2014

Disconoscimento di paternità senza la preventiva dimostrazione dell’adulterio, ma anche la possibilità per il figlio ormai maggiorenne di mantenere il cognome paterno: sono questi i due principi di diritto enunciati dalla Cassazione con la sentenza 8876/2014. Volete approfondire questo argomento? Contattate Family Smile per trovare una soluzione al tuo problema. Family Smile è raggiungibile telefonicamente al numero 06.3217380 oppure inviando una email a info@familysmile.it, o semplicemente cliccando sulla casella contatti

Con sentenza 8876 del 16 aprile 2014 la Corte di cassazione ha stabilito la legittimitá del disconoscimento di un figlio nato da una relazione extraconiugale. La Corte, infatti, ha deciso in un caso in cui un uomo, già separato, richiedeva il disconoscimento del figlio nato in costanza di matrimonio, ritenendo l’infedeltà coniugale grazie all’esito di alcuni esami ematologici effettuati sul figlio; in conseguenza di ciò l’ex moglie negava il consenso ad altri test determinando il rigetto della domanda attorea sia in primo che secondo grado.

Il padre, dunque, proponeva ricorso con il quale rilevava che, con sentenza 266/2006 la Corte costituzionale aveva dichiarato l’illegittimità dell’articolo 235 c.c., comma 1, n. 3, nella parte in cui, “ai fini dell’azione di disconoscimento della paternità, subordinava l’esame delle prove tecniche da cui risulta che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre, alla previa dimostrazione dell’adulterio della moglie”.
La domanda di disconoscimento veniva perciò accolta e la Corte d’Appello ordinava all’Ufficiale dello Stato civile di attribuire al figlio il cognome della madre.
Il figlio, ormai maggiorenne e professionalmente riconosciuto a livello internazionale con il cognome paterno, proponeva nuovo ricorso lamentando la violazione dell’articolo 95 DPR 396/2000 ed eccependo come prima della pronuncia di illegittimità costituzionale del 2006 non sarebbero state possibili indagini ematologiche e la domanda di disconoscimento non avrebbe potuto superare la fase preliminare rivolta all’accertamento dell’adulterio; nonché la violazione dell’articolo 394 c.p.c. e il vizio di motivazione poiché la domanda di mantenimento del cognome, dichiarata inammissibile in quanto nuova, poteva essere presentata solo in seguito alla pronuncia della Corte costituzionale e alle modifiche legislative.
Sul punto il Giudice di legittimità, con decisione definitiva ribadiva che la disciplina giuridica del nome deve tutelare interessi sia pubblici che privati dunque “ove si accerti che il cognome già attribuito ad un soggetto non è quello spettantegli per legge in base allo status familiae, l’interesse pubblico a garantire la fede del registro degli atti dello stato civile è soddisfatto mediante la rettifica dell’atto riconosciuto non veritiero, ma non può condurre a sacrificare l’interesse individuale a conservare il cognome mantenuto fino a quel momento nella vita di relazione e divenuto ormai segno distintivo dell’identità personale”.

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