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Filiazione: il figlio è della mamma che lo ha partorito e non di quella genetica. Il Tribunale di Roma ha messo fine al dramma dei gemelli “contesi”

Scritto da Family Smile - domenica, 5 ottobre, 2014

E’ la mamma gestante e non quella genetica, il legittimo genitore dei gemelli “contesi” dopo lo scambio di embrioni avvenuto nell’ospedale “Pertini” di Roma lo scorso dicembre quando, due coppie che non potevano avere figli si erano sottoposte alla fecondazione medicalmente assistita rimanendo in gravidanza solo una di loro ma con in grembo, a causa di un errore umano, i gemelli dell’altra coppia. A stabilirlo il Tribunale di Roma con ordinanza dell’8 agosto 2014.

Il caso trattato dal Tribunale di Roma con l’ordinanza dell’8 agosto 2014, è particolarmente complesso, non solo per il dramma che ha coinvolto queste due coppie, ma anche perché non contemplato e non disciplinato dal diritto vigente.
I giudici di merito hanno, però, deciso in via interpretativa, affermando che, nel caso di specie, la madre biologica, gestante, e il marito, debbano ritenersi i genitori dei gemelli. Hanno sottolineato che “prevale il concetto di auto responsabilità, ossia di responsabilità genitoriale, attribuendo quindi la maternità e paternità a quei genitori che hanno consapevolmente voluto il figlio accettando le regole che disciplinano la procreazione medicalmente assistita”. Il Tribunale di Roma, infatti, evidenzia che la madre gestante, dopo essere stata informata dello scambio di embrioni, ha deciso volontariamente di proseguire la gravidanza e, inoltre, il padre biologico, alla nascita, ha provveduto all’iscrizione anagrafica dei gemelli. I giudici si basano “sulla normativa che disciplina la procreazione medicalmente assistita che vieta, a coloro che hanno dato un consenso informato alla procedura, il disconoscimento di paternità e l’anonimato della madre. Una diversa interpretazione degli articoli 6 e 9 della Legge 40/2004 si porrebbe in contrasto con gli articoli 2 e 3 della Costituzione”. Il Tribunale della Capitale, quindi, conclude affermando che “la soluzione che si ricava in via interpretativa dall’applicazione, al caso di specie del comma 3 dell’articolo 269 c.c. (“La maternità è dimostrata provando la identità di colui che si pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna, la quale si assume essere madre) e dell’articolo 231 c.c. (Il marito è padre del figlio concepito durante il matrimonio) è quella che meglio si concilia, con gli interessi dei minori coinvolti, anche in relazione al loro diritto di essere cresciuti nella famiglia, intesa come comunità di affetti, che li ha accolti”.

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