"Le leggi a tutela delle donne ci sono, facciamole rispettare" - Family Smile
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“Le leggi a tutela delle donne ci sono, facciamole rispettare”

“Le leggi a tutela delle donne ci sono, facciamole rispettare”

Odio e violenza son, purtroppo, termini tra i più diffusi in questo difficile tempo, segnato dall’ideologia iperindividualista, dal prevalere del proprio sé che assorbe in maniera prepotente lo sguardo sul resto del mondo. È invece una giornata estremamente dolorosa quella di oggi, una giornata di lotta per affermare il bisogno “assoluto” di arrestare lo sterminio quotidiano di donne che vengono uccise dopo aver subito, per lungo tempo, incredibili sofferenze e umiliazioni.

Se non abbiamo la forza neanche di chiamare vittime queste donne che vengono brutalmente uccise, spesso davanti ai propri figli, vuol dire che non abbiamo inteso la gravità del fenomeno violento. Sono vittime di uomini che le vogliono oggetto, sono vittime di una società che non le riconosce, sono vittime di una famiglia che non le ha aiutate, sono vittime dell’indifferenza dei vicini di casa che le sentono soffrire e non reagiscono, sono vittime di un sistema culturale che non ammette manifestazioni di libertà femminili, sono vittime di un modello economico che è fatto dagli uomini e per gli uomini.

Sono vittime, infine, di quartieri sempre più invivibili e abbandonati dalle istituzioni e dalla politica. Ci dobbiamo sbarazzare dal miscuglio di fattori che ha imbarbarito le relazioni personali, inquinate sempre dal ritorno di pratiche primitive per cui vince chi è più prepotente, nel privato come nel pubblico.

Dobbiamo con fatti concreti arginare la convinzione, che ormai si è impadronita di una parte degli esseri umani prevalentemente, ma non solo, maschile, che si trae un senso di forza mediante l’annullamento dell’altra. Purtroppo il germe della violenza si è fatto strada in maniera preponderante anche nello svolgersi delle relazioni tra le persone nei luoghi di lavoro, nei luoghi di esercizio di attività politiche, nei luoghi di confronto in generale, nei rapporti di amicizia, che, pur con gradualità differenti, condiziona in maniera pressante la vita delle donne del ventunesimo secolo.

Se da una parte si affina l’animo maschile con comportamenti che sempre di più si distaccano dallo stereotipo di un uomo macho, d’altro lato il maschio, anche colto e benestante, si ribella uccidendo il simbolo che incarna il fallimento di quel modello, che ne mette in risalto le contraddizioni rispetto ad una società che fa del progresso e dell’emancipazione il tratto distintivo, o almeno così dovrebbe essere.

Ecco allora che dobbiamo ricucire il filo che lega le diverse parti della società tutta intera, in uno sforzo collettivo che  spinga la parte sana a fare da guida per costruire una società ed una politica diversa fondata sul rispetto dei diritti e sull’uguaglianza sostanziale tra le persone.

Una straordinaria intellettuale nera, Angela Davis, spiega in maniera chiara e concisa il concetto di “intersezionalità” che richiede una risposta strutturale, intellettuale e politica alle dinamiche della violenza, della supremazia bianca, del patriarcato. È infatti solo nella complicità tra gli attori che si può contrastare il fenomeno della violenza contro le donne, che interessa tutte le parti del mondo pur in maniera diversa.

È solo con il rafforzamento delle strutture che hanno compiti di affermazione e di garanzia dei diritti fondamentali degli esseri umani che si crea un argine efficace contro questa marea sfacciata di violenza. Se ciascun individuo, ciascuno nel proprio ambito, non si disintossica dagli effetti che questa nube nociva della violenza lascia nell’animo, chi tra noi nutre quel sentimento in modo più malato di altri, sarà portato a spingerlo fino all’estremo nella convinzione che quello è il flusso della società intera, pensando poi di poter godere, eventualmente, di uno sconto di responsabilità.

Serve allora lavorare anche sulla formazione di chi, nei vari luoghi, è chiamato ad accogliere le denunce delle donne vittime di violenza, a non isolarle, ma a farle sentire protette e comprese, a ridare a queste donne la dignità di esseri umani  attivando un sistema di protezione che le isoli da quel contesto devastante ed ad accompagnarle fino alla fine di questo percorso faticoso e complesso.

Questo sistema ha una definizione specifica, Codicerosa: non c’è bisogno di cercare nuove norme; anche la Francia sta seguendo quel modello che mette in raccordo gli ospedali, le procure, i tribunali, le questure laddove la denuncia sia fondata e così attivi un sistema integrato e dialogante che non perda tempo tra un passaggio ed un altro, che sia tempestivo ed efficace nell’attivare gli strumenti necessari ad interrompere quella spirale di violenza che spesso conduce alla morte della donna priva di tutele.

Sarebbe bene dunque non perdere altro tempo nell’evocare altri improbabili strumenti normativi, perché è sufficiente rendere effettivi quelli che ci sono già. Così saremmo in grado di salvare molte donne e di spingere quelle reticenti a denunciare, e a trovare il coraggio di chiedere aiuto. Come ha detto Angela Davis, la libertà è una lotta costante.

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